C’è una cosa che mi fa sempre un po’ sorridere quando si parla di No-Code. A volte sembra che qualcuno si sia svegliato pochi anni fa e abbia inventato il concetto di costruire qualcosa senza scrivere ogni singola riga di codice. In realtà questa direzione l’abbiamo presa da parecchio tempo.
WordPress nasce nel 2003, Joomla nel 2005. Ovviamente non erano application builder come intendiamo oggi Bubble, ma hanno contribuito a rendere normale un concetto che all’epoca era molto meno scontato: per creare e gestire qualcosa sul web non dovevi necessariamente sviluppare tutto da zero.
Poi sono arrivati editor visuali, plugin, page builder, automazioni e strumenti sempre più evoluti. Oggi nessuno pensa che utilizzare WordPress invece di svilupparsi un CMS da zero renda automaticamente un progetto meno serio. È semplicemente uno strumento che ti permette di lavorare a un livello di astrazione diverso.
Bubble, almeno per come lo vedo io, è l’evoluzione naturale di questo concetto. È nato nel 2012 con l’idea di abbassare la barriera tecnica nella creazione di software, ma la cosa che apprezzo è che non costruisce semplicemente qualcosa al posto tuo sperando che vada bene. Database, workflow, condizioni, permessi, API e logica dell’applicazione continuano ad essere decisioni tue.
Ed è qui che personalmente vedo una differenza importante rispetto a parte del discorso che oggi facciamo sull’AI. Con l’AI possiamo generare una quantità impressionante di codice in pochissimo tempo. Fantastico. Però poi quel codice lo conosci davvero? Sai perché funziona? Sai cosa succede quando una permission è sbagliata o quando un utente riesce ad accedere a qualcosa che non avevi previsto?
Su Bubble il codice viene astratto, ma la responsabilità rimane. Il workflow lo vedi. Il database lo hai progettato tu. I Privacy Rules devi pensarli tu. Sei tu a decidere cosa succede quando un utente clicca un pulsante e quali dati può leggere. Ed è una differenza che per me conta parecchio, perché velocizzare lo sviluppo va benissimo, perdere completamente il controllo di quello che sto costruendo molto meno.
Questo però non significa che, siccome Bubble è visuale, chiunque possa improvvisarsi sviluppatore software. È proprio qui che secondo me il messaggio viene spesso interpretato male. Lo strumento può essere accessibile, ma costruire qualcosa di serio continua a richiedere esperienza. Sicurezza, database, autenticazione, privacy, performance, logica e gestione degli errori non spariscono perché non hai scritto una funzione a mano.
Non è una guerra tra sviluppatori e No-Code. Non mi interessa nemmeno impostarla così. Un’applicazione progettata male rimane progettata male sia che dietro ci siano migliaia di righe di JavaScript, sia che sia stata costruita interamente su Bubble.
Alla fine è questo il motivo per cui continuo ad apprezzare Bubble. Mi permette di essere molto veloce, ma non mi costringe a rinunciare al controllo. Posso concentrarmi sul prodotto e sulla logica senza dover reinventare ogni volta tutto quello che sta sotto. Però devo comunque sapere cosa sto facendo. E secondo me è proprio lì che passa la differenza tra usare uno strumento No-Code e saper realmente costruire software.
