Il cloud è comunque il computer di qualcun altro

Parliamo del “cloud” quasi fosse qualcosa di astratto. In realtà i nostri dati vivono ancora su macchine fisiche, dentro veri data centre, che consumano energia, hanno bisogno di essere raffreddati e possono comunque rompersi.

Ormai diciamo tranquillamente che un file è “nel cloud”, che un’applicazione gira “nel cloud” o che un’azienda ha spostato tutta la propria infrastruttura “sul cloud”. È diventato talmente normale che quasi ci dimentichiamo cosa ci sia realmente dietro.

La risposta è molto meno romantica della nuvoletta che vediamo nelle interfacce: server, dischi, switch, cavi, sistemi di raffreddamento e persone che devono mantenere tutto funzionante. La vera innovazione non è stata eliminare l’hardware, ma riuscire a nasconderne gran parte della complessità. Oggi posso creare risorse in pochi minuti senza dover comprare un server, installarlo e preoccuparmi direttamente di tutto quello che gli gira intorno.

Ed è una cosa fantastica, purché non iniziamo a considerarla magia. Mettere un’applicazione sul cloud non la rende automaticamente scalabile, sicura o affidabile. Se l’architettura è fatta male, rimane fatta male. Semplicemente adesso sta girando sull’infrastruttura di qualcun altro e, in alcuni casi, ci sta anche costando parecchio.

È proprio questo che trovo interessante: abbiamo reso una quantità enorme di infrastruttura quasi invisibile. Ma invisibile non significa inesistente. Alla fine il cloud rimane quello che è sempre stato: il computer di qualcun altro, confezionato molto bene.

Alessio

Technology consultant, software builder and problem solver, sharing practical thoughts on tech, operations and digital products.